Accade ad aprile, il mese più crudele dell’anno, ma anche il più generoso, in cui tutto è possibile, anche allineare dieci mostre in dieci giorni, una più bella dell’altra, in provvidenziale anticipo rispetto alla Biennale Architettura per evitare scelte di cui magari pentirsi: meglio i Giardini o Punta della Dogana?
Inviti via mail che incalzano, premono con priorità alta per farsi notare e annunciano che la stagione dell’arte è iniziata; poi ciascuno farà quello che può perché tutti inaugurano, imbandiscono cene, cocktail, due tartine e via, da un capo all’altro della città.
Berggruen Arts & Culture presenta in anteprima due nuove installazioni site-specific che diventano parte della collezione permanente di Palazzo Diedo, casa per l’arte in continuo divenire, visibili con la riapertura del palazzo a maggio.

Nel salone centrale (foto d’apertura), l’artista Piero Golia svela l’installazione Untitled (Floor): pavimento in terrazzo veneziano realizzato seminando a mano frammenti di marmo e madreperla su malta fresca (un anno di lavoro) che si rivela pienamente soltanto nell’oscurità.
Senza titolo di Marcantonio Brandolini d’Adda, al primo piano, reinterpreta invece l’ultimo camino rimasto del palazzo attraverso tessere di cotisso, blocchi di vetro grezzo che sembrano ardere come ciocchi di legno.

Alle Gallerie dell’Accademia apre Corpi moderni. La costruzione del corpo nella Venezia del Rinascimento. Leonardo, Michelangelo, Dürer, Giorgione (fino al 27 luglio), ideata e promossa dalle Gallerie e da Marsilio Arte, costata tre anni di ricerche, assicurata per una cifra indicibile e visitata in anteprima anche da Marina Abramović.

In tre sale – bianca, rossa e blu – i corpi più desiderati della storia dell’arte, a cominciare dall’Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci che riappare dopo sei anni all’interno di una teca climatizzata, inclinato di 45 gradi, e a fine mostra dirà, grazie a tutti, è stato bello, ma ora sono un po’ stanco e devo riposare; ci rivediamo tra cinque anni.

Ancora Berggruen Arts & Culture alla Casa dei Tre Oci con la mostra Controfacciata, personale del fotografo tedesco Matthias Schaller, curata da Mario Codognato (fino al 23 novembre), che racconta Venezia dietro la facciata dei suoi palazzi, lì dove normalmente arriva soltanto lo sguardo di pochi, e tutti gli altri ora capiscono cosa si sono persi.

Artisti, curatori, critici, direttori di musei, collezionisti come un sol uomo a Punta della Dogana per sentirsi pigmei di fronte alle sculture fuori scala dell’artista tedesco Thomas Schütte, protagonista della mostra Genealogies; e a Palazzo Grassi, per conoscere La strana vita della cose di Tatiana Trouvé che trasforma gli oggetti comuni in poesia, compresi i tombini stradali.


Dall’altra parte del Canal Grande risponde Palazzo Vendramin Grimani con Di storie e di arte. Tre secoli di vita a Palazzo Vendramin Grimani (dal 12 aprile): in mostra
opere d’arte inedite appartenute alle collezioni delle famiglie, tra cui quattro pastelli di Rosalba Carriera, mobili, argenti, ceramiche, porcellane, tessuti, abiti originali.
Altro passo alle Stanze della Fotografia, all’isola di San Giorgio, per Robert Mapplethorpe, Le forme del classico e Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le Lezioni Americane di Italo Calvino (dal 10 aprile) che precedono la nuova mostra della Collezione Peggy Guggenheim (dal 12 aprile) Maria Helena Vieira da Silva. Anatomia di uno spazio.
E ancora non è finita perché Venetian Heritage presenta alla città il restauro della Cancellata della Porta Magna dell’Arsenale, costato145.000 euro, grazie al sostegno di Dior.

Alla Fondazione Cini riaprono anche le Stanze del Vetro per 1932-1942 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia (dal 13 aprile), e a questo punto si rischia di perdere il conto, ma l’agenda – clemente – concede una tregua.
Sabato 12 aprile, all’Orto Giardino del Redentore, aprile crudele del poema di T.S. Eliot si piegherà alla primavera tra molli radici e sicuramente farà il gentiluomo al Concerto di Bel Canto. Al tramonto, i giovani pianisti e cantanti della Georg Solti Accademia, chiamati per l’occasione da Adele Re Rebaudengo, presidente di Venice Gardens Foundation.